Lucia
Ronchetti

Texts
2011
Xylocopa violacea
Il maschio scava, la femmina disegna. Lui apre il varco divorando il legno delle canne di bambù, lei costruisce tante piccole celle. Lui sorveglia l’ingresso della casa, lei separa le cellette l’una dall’altra costruendo sottilissimi diaframmi di muco e saliva. Lui controlla che le pareti interne della canna siano sane, lei depone,  con metodo, un uovo in ogni celletta. E in ogni celletta deposita, accanto all’uovo, una minuscola riserva di polline. La vita della Xylocopa violacea (Linnaeus, 1758) sembra regolata da una perfetta divisione del lavoro familiare: il maschio ingegnere, la femmina architetto. Entrambi guidati da un’unica e cieca determinazione: quella di perpetuare la sopravvivenza della specie. Però non è detto, non è detto affatto, che nel ciclo infinito della vita e della riproduzione tutto vada sempre liscio come l’olio. Basta che qualcuno, o qualcosa, decida di inserire tra i raggi della ruota un cuneo, un sassolino, un filo d’erba e il meccanismo si spezza. Nel caso della Xylocopa (tribù Xylocopini, sottofamiglia Xylocopinae, famiglia Apidae) tutto dipende ad esempio dalla casa in cui maschio e femmina decidono di vivere. Finché si tratta di una canna di bambù, di un tronco cavo, di un ramo secco le regole della famiglia e della superfamiglia, dell’ordine e del superordine, del regno e del sottoregno si saldano l’una all’altra nella inesorabile catena della vita. Ma cosa accade se, in un giorno di tempesta, il vento trascina in un piccolo maelstrom celeste il volo solitamente retto del maschio costruttore e lo porta via, lontano, dalle volute della sua compagna disegnatrice? E se egli si infila, per un fatale equivoco, dentro un pezzo di legno atipico, fatto a “schiena di donna”, con due curve rotonde, l’incavo dei fianchi, e quattro linee d’acciaio dall’alto in basso? E se lo sfortunato ingegnere, una volta accortosi dell’errore, comprende di non essere più capace di attraversare la griglia delle corde, di riguadagnare il cielo e di essere ormai detenuto in una cella di abete bianco, posata per distrazione sul davanzale di una finestra? Questo è il diario meticoloso, preciso, fedele come un sismografo, dei sensi e dei pensieri, dei gesti e dei tormenti, di una Xylocopa violacea, prigioniera (era destino!) di una viola. Il suo occhio sonda, le sue zampe periscopio, le sue ali specchio hanno trasformato l’interno in esterno e hanno aperto lo strumento come un fiore: chi aveva mai svelato prima le viscere, gli organi, il corpo segreto di una viola ( oggetto) d’amore?

Il sonno di Atys    
“Troubler le silence”. Qui l’insetto cerca di costruire il proprio nido. Ha trovato rifugio dalle pareti dell’Anima, tra la tavola e il fondo, proprio dove il piede del ponticello preme contro la corda più acuta. E dall’arco di volta della viola la violacea disegna traiettorie corte, cieche, non ad angoli retti, come fanno gli insetti, ma linee leggermente arcuate. Con metodo, con pazienza, con la volontà di esplorare quella strana tana, tomba, fatta di legno, nella quale è caduta. Una specie di misurazione, un po’ esatta un po’ no, un po’ rabdomantica e un po’ fondata, invece, sul calcolo delle probabilità o forse sul computo della memoria acquisita durante il volo. A volte la xylocopa si fa prendere da una strana stanchezza, uno spossamento che fa il respiro grosso, ma come respirano gli insetti, cioè impercettibilmente, senza muovere i muscoli e le vene, che probabilmente non conoscono…
“Sangaride (il faut laisser suspendre)”. Adesso il metodo per misurare lo spazio cambia, di colpo: voli più lunghi, distesi, diritti, col proposito forse segreto di disegnare, della prigione, una mappa fedele. E allora la xylocopa comincia a scivolare delicatamente lungo le fasce, a lasciarsi trasportare dalle curve morbide delle due esse che tracciano il contorno della viola. E comincia anche a lanciare dei richiami, come fanno i pipistrelli, nella speranza che forse il suono, nel suo andare e venire, riporti qualche notizia dall’al di la, dallo spazio esterno alla prigione, in modo che il prigioniero riesca a farsi un’ idea di quanto sia larga e lunga la sua cella. Senza vibrare, tenendo la voce ferma, una vice che non dichiara. Ma ad un certo punto da lontano arriva un canto che sembra familiare, una eco, o forse no, solo una illusione, un trompe l’oreille. Invece il canto è proprio li, appena al di la della tavola, del soffitto: è la prigione che si mette a cantare, deve essere una trappola sonora, una scatola che suona.
“Le sommeil”. Allora è meglio ascoltare, senza cercare angoli e linee. Mettersi in un angolo, ripiegare le zampe, chinare le antenne e sentire che cosa passa attraverso il tetto, le pareti, il pavimento della cella. C’è un punto di ascolto perfetto qui sotto, in corrispondenza delle due “effe”, le due ferite che bucano la pelle del legno. Da qui si vede persino un pezzetto di cielo e tutto è più chiaro: si sente benissimo il vento, un vento che attraversa di corsa la pianura, dal riccio al ponticello. Ma la corrente sembra incontrare lungo il suo cammino ostacoli sorprendenti: una corda che si inalbera, come un serpente, e che stride con una voce acuta, una strada ruvida, sassosa, i cui ciottoli rotolano per un po’ e poi si fermano. Una buca, un crepaccio, una fenditura  e ancora il fantasma del suono familiare che viene da lontano e che si lava via il canto, se lo scrolla di dosso, come una pelle che non è la sua. Così alla fine rimane solo il vento che soffia su quella strana pianura rugosa che c’è fuori. Se qualcosa c’è, fuori.
Interlude I.
Si, qualcosa c’è, fuori, ma non è vento e neanche pianura, e nemmeno un reticolo di corde. E’ come se sopra la tavola, sopra il coperchio della cassa armonica, lungo la stessa linea della catena, ci fosse qualcuno che assomiglia incredibilmente a chi sta sotto. La xylocopa prova a capovolgersi, a camminare a testa in giù, ma sente, avverte che al di sopra di lei, ci sono le sue zampe, identiche, e ogni passo corrisponde al suo passo, zampa contro zampa, come in un pas de deux in cui i ballerini, però, non si vedono. Peccato che il soffitto non sia trasparente, perché se no si vedrebbe la perfezione dell’intesa, la coincidenza impeccabile di ogni movimento, ala destra contro ala destra, sinistra contro sinistra, e poi le antenne che vibrano insieme, come nelle due metà di uno specchio.
Studi profondi
“La rosa di Francesca”. Ora l’insetto si arrampica fino la tallone del manico, e da qui organizza un discorso, un discorso sulla fuga, un ragionamento sulle possibilità concrete di abbandonare la prigione.  Un trattato sulle infinite vie attraverso le quali si può lottare contro la costrizione, con tanto di tesi a favore e tesi a sfavore, e un dialogo filosofico sulle virtù creatrici della reclusione e sui pericoli della libertà.
“Lungo la notte illune” (G.Gozzano). Spinta forse da una paura improvvisa la xylocopa si incammina ora lungo l’intarsio del filetto, dove il legno chiaro e il legno scuro intrecciano le loro fibre. E il discorso sulla fuga, adesso, sembra produrre la propria eco. Sopra o sotto la tavola, chissà a quale distanza, qualcuno ripete le stesse parole, ma non è una imitazione e nemmeno una parodia. No, è come se tra i due discorsi ci fosse una enorme lontananza, come da continente a continente o da pianeta a pianeta, e allora tra le linee di suono si produce un ritardo infinitesimale, una differenza quasi impercettibile di tempo. Ma il discorso più lontano ad un certo punto  si fa stranamente autorevole, quasi dolente, persuasivo, colmo di esperienza, ma una esperienza che non infonde sicurezza, ma anzi che si sfarina, si sbriciola senza riuscire più a mettere insieme una catena di parole, ma solo, polvere di parole, echi di parole.
“En plain-air”. Ora l’insetto scivola, non ha niente di solido sotto di se, inciampa, le zampe si attorcigliano e il suo volo non è più rettilineo, né rotondo, ma sembra cadere, cadere sempre più in basso anche se li dentro, nella prigione, forse il più in basso non esiste. Il volo in caduta si arresta soltanto sul fondo della cassa, dove la mezzaluna delle nocetta traccia uno strano sorriso.
“Studio di fiori da Egon Schiele”. Adesso invece l’insetto buca, o meglio cerca disperatamente di bucare le pareti della prigione, si inventa un becco  acuminato che non ha, si costruisce piccoli arnesi di perforazione del legno, sistemi complessi di punteruoli e punte arrotate. Attacca alla radice il bottone, in corrispondenza del blocchetto di fondo, raschia con rabbia il rosso abete della tavola e il nero ebano della tastiera. Ed è preciso, metodico, con qualche slancio retorico nella volontà di oltrepassare la soglia, ma mantenendo la volontà dello scavo intatta, quasi eroica, sommessa.
Interlude II
Questo è il momento destinato alla indagine sui materiali. “Legno” - ha asserito la xylocopa nel discorso sulla fuga. Ma è davvero fatta di legno la scatola sonora? L’insetto lancia una sonda, sparge lungo i bordi reagenti chimici di diversa natura, come veleno per i topi, fa piccoli prelievi e allinea il materiale raccolto in lunghe file di reperti. Misura le venature larghe del cedro e le vene concentriche del palissandro, calcola gli indici di crescita dell’abete rosso e dell’acero di monte. Le analisi rivelano una verità stupefacente: la scatola sonora è in realtà un prima e ogni faccia è diversa dall’altra: una è di metallo bruno, e l’altra di acciaio brillante, una è di rame incandescente e l’altra è uno specchio stellato, una è di polvere e l’altra di luce…
Last Desire Cadenza
La xylocopa adesso è inquieta, febbrile. Si muove a passi corti lungo la linea astratta del diapason, camminando come un equilibrista lungo la fune invisibile che congiunge il bordo superiore della cassa e l’intaglio di cielo delle due effe. E traccia quindi percorsi brevissimi, baluginii, fosfeni luminosi, traiettorie senza ritorno. Si mette a costruire  tante piccole celle, minuscole, come dei ripari per una tempesta che sente nascere da dentro. L’onda di suono si fa sempre più vicina, intelligente, minuziosa: forse il riparo non reggerà. E infatti la massa dei detriti invade lo spazio, cresce, sale, satura: è solida e liquida, dura e incandescente. Preme, preme, schiaccia l’insetto contro le pareti, lo fa sordo, lo acceca, ma un istante prima della fine si arresta, lasciando al prigioniero la chance, tragica, di un ultimo respiro.

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