Lucia
Ronchetti

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04-2012
Lucia Ronchetti
Da sfatare prima di tutto è la tristezza del migrante. Sui volti di chi decide di partire per poter vivere di musica c’è più felicità che dolore. Sarà perché la professione della musica non impone di stabilirsi in un luogo per sempre e, anzi, al contrario, permette di essere davvero cittadini del mondo. O più semplicemente perché i tempi della valigia di cartone sono finiti da un pezzo per tutti. Il problema di chi vuole vivere di arte o di studio in questo nostro paese sono ormai così risaputi che a insistervi su si finisce per rendersi vittime poco credibili, ma per varie motivazioni (che vedremo sono sostanzialmente due e allacciate biunivocamente) per la musica in particolare sembra che sia quasi scontato che all’estero si possa lavorare meglio e di più. In Italia le varie difficoltà di impiego per chi fa musica (compositori e interpreti) o per chi la studia (musicologi) non impediscono comunque a chi ha la passione di conseguire un titolo di studio che sembra essere difficilmente spendibile. Se negli ultimi dieci anni è sceso, di poco, il numero dei licenziati al conservatorio, è aumentato quello di chi si diploma negli istituti musicali pareggiati; in ultima analisi si studia musica in misura sempre superiore. Allora cos’è, un suicidio? Ottimismo? Oppure la semplice presa di coscienza che tutto ciò che l’Italia non può dare lo si può prendere fuori? Carlo Lanfossi è un giovane musicologo che ha avuto la possibilità di fare un breve periodo di formazione negli Stati Uniti (a Yale) e che è prossimo a tornarvi per stabilirvisi e continuare un’attività altrimenti interdetta qui da noi: «La nostra preparazione storica e teorica – dice - è infinitamente superiore a quella del miglior studente di Harvard. La formazione musicologica italiana è ottima; noi siamo molto richiesti». Questo è un punto interessante, tra l’altro condiviso unanimemente, che genera il paradosso: l’Italia forma i propri studenti a un livello altissimo e poi li lascia andar via perché incapace si sfruttare (e cioè riprendersi sotto forma di produttività) quanto essa stessa ha fatto acquisire. Ma questo gli stranieri lo sanno e quindi l’artista italiano sembra essere più ascoltato e meglio accolto proprio in virtù di questa pena immeritata che deve scontare: «l’italianità di un musicista e la nostra tradizione sono un valore aggiunto», dice Michelangelo Galeati, direttore d’orchestra italiano, che continua a vivere a Roma, insegnando a Napoli, ma che è acclamato e riconosciuto ovunque nel mondo, tranne che da noi. Addirittura all’estero esiste una sorta di solidarietà nei confronti dei nostri musicisti: «Credo che all’estero gli italiani siano sostenuti proprio per solidarietà – spiega Lucia Ronchetti, nostra compositrice famosissima in Germania, quasi sconosciuta in Italia. Tutti conoscono la paradossale situazione italiana che ha ridotto progressivamente le possibilità realizzative dei musicisti attivi. Rimane forte il riconoscimento e la stima da parte delle istituzioni musicali europee per il contributo dei compositori italiani alla ricerca musicale». Il caso del successo di Lucia Ronchetti è emblematico di quanto questa china di cercare fortuna all’estero non sia da considerarsi una novità e di come siano i maestri stessi a suggerire la “fuga”: «Ho studiato composizione e musicologia a Roma e devo molto al Prof. Pierluigi Petrobelli con il quale mi sono laureata. Fu lui, di sua iniziativa, a scrivere per me quattro lettere di presentazione in quattro lingue diverse con l’idea che sarei dovuta partire per realizzare pienamente i miei propositi. Una lettera era indirizzata a François Lesure, professore alla Sorbonne di Parigi dove ho studiato per quattro anni con uno stipendio fornito proprio dall’Italia! Eravamo a metà degli anni ’80 e questo era possibile. L’ideale è avere il sostegno della propria nazione per una formazione di respiro europeo. Oggi non c’è la sensazione di essere spalleggiati dal proprio paese, oggi si va via per disperazione. In Italia mancano le opportunità, non le persone interessanti. Lo stato non investe sulla ricerca compositiva e così preclude un futuro possibile». Ecco qui toccati i due punti chiave che “spiegherebbero” il perché di questa situazione: una è la progressiva riduzione di strumenti economici (a partire dai famosi tagli dei finanziamenti) che permetterebbero le occasioni musicali (dai concerti alle cattedre universitarie); l’altra è la mentalità, a quanto pare tutta italiana, ormai radicata secondo cui – in generale - con la cultura “non si mangia” e se vogliamo restare alla musica, essa neanche è cultura ma puro intrattenimento e quindi l’ultimo luogo in cui investire. Considerata la crisi, cioè, sembra utopistico e presuntuoso interpellare i ministri per ovviare alla situazione. Inutile star qui a spiegare la miopia di tale atteggiamento politico ma la differenza è davvero tutta qui: « In Francia ogni anno il Ministero della Cultura riunisce una commissione che decide quali compositori sostenere – continua la Ronchetti - . Il nostro ministero non ha coscienza della figura del compositore attivo, semplicemente ignora la sua esistenza. Ho commissioni in Germania e in Francia, in Italia insegno». Già, l’insegnamento: l’unico porto sicuro di ogni musicista e musicologo. La professione si esercita nelle università e la vita dell’artista diventa un lusso, che ha la gratificazione economica dell’hobby: «Qui – sostiene Lanfossi - è difficile fare musicologia perché non si può fare fuori dall’università. Non si può fare musicologia se non insegnando; il che non è un male, ma non essendoci ricambio, non si può fare, alla fine, neanche quella. Il problema è che non si sa cosa fare dopo il dottorato. Anche all’estero un dottorato in musicologia è difficile da spendere al di fuori dall’università, ma è un titolo comunque altamente considerato e il numero di possibilità è comunque maggiore». In tutto questo scenario c’è una componente fondamentale che è comune a quella che nel campo della ricerca scientifica si usa chiamare “fuga dei cervelli”. La sensazione di tutti coloro che si spostano è che all’estero venga data una fiducia quasi incondizionata a ogni nuovo progetto. Molti scienziati italiani sono andati a brevettare in America invenzioni che hanno cambiato il mondo solo perché lì veniva data loro la possibilità di farlo: «Ogni volta che all’estero presento un progetto – spiega Galeati - , questo viene valutato e poi, scommettendo, magari rischiando, ti dicono: “fallo”. E magari ti danno subito in mano un’orchestra. C’è l’impressione cioè che si scommetta su un artista. Alla fine andrò a Porto a eseguire un’opera di Donizetti (Alina, regina di Golconda), perché lì la Comunità Europea mi ha finanziato e qui no». Insomma, il gioco a cui l’Italia sembra giocare è quello dell’autolesionismo: sforna talenti e persone volenterose e poi volta loro le spalle. Sia che scelgano di continuare a vivere in Italia, lavorando all’estero (come Galeati e in parte Ronchetti che vive solo per metà dell’anno in Germania), sia che decidano di trasferirsi quasi definitivamente, come Lanfossi che è in partenza per Long Island: «Credo di aver scelto il momento giusto di partire perché qui le prospettive sono scarse. Però non è detto che da qui a cinque anni le cose non saranno cambiate. Quindi spero di poter tornare, ma l’ipotesi di restare definitivamente non la escludo». Il cosiddetto ritorno, che avviene spesso e volentieri, di solito è indice, più che del cambiamento vero e proprio (che comunque tutti auspichiamo), della tardiva presa di coscienza da parte dell’Italia del valore di un artista, prima non riconosciuto per pavidità. In altre parole, il forte successo che il musicista ottiene all’estero ha una tale risonanza che improvvisamente ce ne accorgiamo anche noi e, rivendicandone i natali, iniziamo (a babbo morto) a supportarlo. Il caso di Lucia Ronchetti (una che ha avuto le sue opere rappresentate in importanti teatri tedeschi) è esemplare visto che solo di recente il suo nome comincia a circolare e iniziano, ma sempre con cautela, a venirle commissionati diversi lavori (come la prossima 3e32 Naufragio di terra, una messa scenica dedicata terremoto dell’Aquila, con drammaturgia e regia a cura di Guido Barbieri, commissionata da Giorgio Battistelli). Da tutto questo non emerge tuttavia un quadro triste. Ciò che il lavoro con la musica permette è così soddisfacente che non poter svolgere la professione nel proprio paese d’origine non addolora più di tanto. Si infilano gli spartiti nella borsa e la musica, che è ciò che importa, suona allo stesso modo anche a un’altra latitudine.
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